Mi ricordo bene il primo incontro con un ragazzo che chiameremo Marco. Si è seduto sulla poltrona del mio studio a Leinì, con le mani che tremavano leggermente e lo sguardo di chi ha appena vissuto un trauma. Mi ha detto: "Dottore, non posso più guidare, non posso più andare al supermercato. Ogni volta che sento il cuore accelerare, vado nel terrore. Penso che sia la fine".
Quello che Marco stava descrivendo è l'esperienza devastante dell'attacco di panico.
Molte persone credono che il problema sia il cuore che batte forte o il respiro corto. Ma lavorando con l'ACT (Acceptance and Commitment Therapy), ho mostrato a Marco una prospettiva diversa: il vero problema non era il panico in sé, ma la sua lotta disperata per non provarlo.
La trappola del "Lottare a tutti i costi"
Marco aveva iniziato a monitorare ogni minimo segnale del suo corpo. Se sentiva un po' di caldo, pensava: "Oddio, ci risiamo, devo calmarmi subito!". Ed è proprio qui che scatta la trappola. Cercando di "calmarsi per forza", Marco non faceva altro che inviare al suo cervello un segnale di pericolo ancora più forte.
Nel mio studio, abbiamo usato un'immagine molto cara all'ACT: quella dell'Interruttore della Lotta. Quando proviamo ansia, è come se si accendesse una lampadina. Ma se noi cerchiamo di spegnerla con violenza, inciampiamo e facciamo ancora più danni. Il nostro obiettivo non è stato "spegnere" l'ansia di Marco, ma imparare a lasciare l'interruttore della lotta spento.
Accettare non significa arrendersi
Spesso spiego ai miei pazienti che accettare non vuol dire che deve piacerci stare male. Significa semplicemente smettere di sprecare energie in una guerra che non si può vincere contro le proprie sensazioni fisiche.
Con Marco abbiamo fatto degli esercizi pratici per imparare a "fare spazio" a quella sensazione di oppressione al petto. Invece di scappare dal supermercato, ha imparato a dire a se stesso: "Ok, ecco il mio cuore che batte veloce. Gli faccio spazio, lo lascio correre, mentre continuo a fare la spesa".
Tornare a ciò che conta
La parte più bella del percorso con Marco è stata quando gli ho chiesto: "Mentre cerchi di evitare il panico, a cosa stai rinunciando?". Mi ha risposto che non portava più i suoi figli al parco e non usciva più a cena con sua moglie.
Il cuore dell'ACT è proprio questo: l'impegno (Commitment) verso i propri valori. Non abbiamo aspettato che il panico sparisse del tutto per farlo tornare a vivere. Abbiamo lavorato affinché potesse portare i figli al parco anche se provava un po' di ansia. Gradualmente, quando Marco ha smesso di dare importanza alla lotta contro il panico, il panico ha iniziato a farsi vedere sempre meno. Ha perso il suo potere perché Marco non gli dava più il comando della sua vita.
Conclusione
Se anche tu, come Marco, ti senti prigioniero della paura di avere paura, sappi che la soluzione non è nel trovare un modo più efficace per controllare l'ansia, ma nell'imparare a cambiare radicalmente il modo in cui ti relazioni ad essa.
